Un anno (e mezzo) in Kurdistan

News on 27 Nov , 2015

Nel marzo 2014 sono stato coinvolto nella realizzazione di alcuni Master Plan per lo sviluppo di quattro città del Kurdistan iracheno, nell’ambito di una più ampia azione supportata dalla Banca Mondiale per la crescita di questa cruciale area posta al confine con Siria, Turchia e Iran. Il mio compito era quello di coadiuvare il team di lavoro, composto da urbanisti, geologi, trasportisti, sotto il profilo delle analisi economiche e, in particolare, delle strategie di sviluppo per ciascuna città, attraverso la conduzione di una serie di ricerche sul campo.
Il Kurdistan si presentava come una regione dotata di una consistente autonomia politica, forte di una ingente produzione petrolifera, tuttavia fortemente dipendente dall’estero per la maggior parte dei consumi, con consistenti importazioni di prodotti e produzioni agroalimentari dalla Turchia e di manufatti dai paesi più sviluppati. Come evidenziato dalla studiosa americana Denise Natali (The Kurdish Quasi-State, Syracuse University Press 2010) la dipendenza economica era il dazio pagato dai curdi in cambio della propria “quasi-indipendenza”.

Kurdistan Iracheno

In questo scenario sarebbe irrotta, da lì a pochi mesi, l’insurgenza dei Daesh, che nel giugno 2014 occuparono Mosul, distante una trentina di chilometri dalla nostra base operativa, posta a Dohuk. Quando le truppe sunnite (al tempo non si parlava ancora di Isis) facevano il loro ingresso nella seconda più importante città irachena, sbaragliando le finte truppe del regime sciita di Al-Maliki, mi trovavo proprio in procinto di recarmi da Erbil a Dohuk. La situazione era a dir poco confusa. Non solo per le lunghe carovane di profughi, riconoscibili dalle auto con targa verde, ma per il graduale collasso di tutti i servizi pubblici, che dovevano fronteggiare  una gigantesca immigrazione. In pochi mesi in Kurdistan si sarebbero contati, comprendendo anche i già presenti curdo-siriani, circa 1,5 milioni di rifugiati su una popolazione di 6 milioni.

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Paradossalmente la crisi delle attività economiche avrebbe colpito anche i consumi petroliferi curdi, che dipendevano dalla raffineria irachena di Baji,  caduta sotto il controllo degli insorti. In questa situazione il nostro usuale alloggio, il motel Gewda nel cuore del vivace quartiere cristiano, risultò “full-booked” da un giorno all’altro. Mi spostai così in un altro albergo, l’Emanuel, costruito da un curdo ex contractor dell’esercito americano, dove sarei stato dopo una settimana raggiunto da Luca, l’architetto. Più accogliente, ma privo dei collegamenti satellitari che ci avrebbero consentito la visione serale delle partite del mundial brasiliano.

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Noncuranti delle vicende ai confini, l’attività comunque proseguiva, diventando peraltro ancora più interessante, poiché le diversità religiose e culturali della popolazione, peraltro tutte rappresentante nel governo del Kurdistan, trovavano una loro tragica rappresentazione nelle vicende della vicina provincia di Semel e del Sinjar in Siria. Ben due delle città oggetto di studio – Al Shekahn e Ba’adre – erano di origine Yazida, una popolazione, probabilmente quella originaria e più antica del Kurdistan, con un apparente culto sincretico mescolante elementi dell’ebraismo e induismo, tra cui la venerazione di sette angeli, tra cui l’angelo pavone che – confuso con l’angelo ribelle della religione islamica (pressapoco il nostro Lucifero) – ne ha determinato per secoli il quasi totale sterminio da parte dei sunniti.

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Di tali contrasti, se si eccettua la malcelata e diffusa diffidenza delle nostre guide verso l’ospitalità Yazida (attribuita a presunti motivi di igiene), nel nostro progetto non se ne trovò traccia, tanto che – insieme con l’efficiente prof. Khalil dell’Università di Dohuk – riuscimmo a organizzare un team multi-etnico e multi-genere, attraverso il quale effettuammo una consistente ricerca socio-economica presso le cittadine oggetto di indagine.

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Ai primi due seguirono altri quattro viaggi, tutti ricchi di lavoro e suggestioni. Tra queste, mi piace ricordare la visita a piedi scalzi alla cittadina sacra Yazida di Lalish, incastonata tra le montagne a nord-est di Dohuk, l’accoglienza ricevuta dai pochi cristiani rimasti ad Al-Shekhan, a pochi chilometri dal fronte e il gustoso pranzo che la sindachessa di Bamarne, cittadina che aveva dato i natali a parecchi combattenti della resistenza curda, ci offrì presso la sede della municipalità.

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Oggi il Master Plan è pressoché concluso ma le imprevedibili vicende legate al vicino stato islamico ne rendono l’attuazione piuttosto incerta. Tra le complessità è curioso ricordare la politica di ricompense intrapresa dal governo curdo nei confronti delle proprie milizie. Costretti dalle ristrettezze economiche dovute al calo del prezzo del petrolio, alla necessità di provvedere ai bisogni dei rifugiati e dai costi imposti dalla guerra, i governanti hanno deciso di premiare i coraggiosi soldati non con premi in denaro (mancano anche gli stipendi…) bensì con l’assegnazione di terre nelle località più ambite, tra cui quelle oggetto dei nostri progetti. Se da un lato questo ci solletica la mente con i ricordi scolastici dell’epoca dei legionari romani, dall’altro rende assai più complessa la scelta delle destinazioni d’uso dei terreni…

 

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